La fiscalità europea e italiana. Paradisi fiscali e falsi miraggi.

Ogni volta che si parla di fiscalità internazionale le prime reazioni sono spesso riconducibili alla curiosità su quanto si paghi di tasse nei paesi esteri e se possibile “trasportare” parte del proprio business in tali paesi Eden del contribuente. In questo articolo l’impostazione sarà volutamente domestica, ossia non ci allontaneremo troppo dal confine italiano e in ogni caso rimanendo nello spazio comune europeo o di libero scambio.

Cominciamo con esporre una bella tabella di PWC con il calcolo della tassazione europea e paesi SEE

Grafico

La forza bruta dei dati.

Siete sgomenti? Non preoccupatevi, non tutto è perduto.

Non approfondiremo più del necessario il sistema fiscale Italia, il cui fisco ha ormai raggiunto soglie degne di una visione utopica del welfare.

In un’analisi equilibrata subito si evince un errato “posizionamento” rispetto al percepito comune per molti paesi europei.

L’Estonia a esempio è decisamente in posizione poco attraente. Ma non era una delle tigri baltiche pronta a trasformarsi in piattaforma per la tecnologia europea nel mondo? Bocciata!

Il sistema fiscale dell’Austria, nuova suadente sirena capace di attirare gli ormai disillusi imprenditori del nord est, perché non riesce proprio a convincere nonostante non si sia legati all’albero maestro della nostra imbarcazione? Perché oltre una discreta riservatezza sui dati bancari (utile per i disonesti, meno utile per chi vuole semplicemente intraprendere nel migliore dei modi in Europa) non offre grandi vantaggi.

E’ necessario fare attenzione dunque, spesso le organizzazioni per l’attrazione di investimenti sul territorio comunicano il carico fiscale concesso inizialmente, non quello a regime assai più oneroso. In sostanza marketing e poco più. Bocciata!

Un breve cenno alla Germania e al fisco tedesco, poco sotto il 50% complessivo di tax rate. In tal caso il carico fiscale potrebbe essere attraente, non per i servizi offerti dallo stato tedesco, solo discreti, ma per la possibilità di approcciare l’estero sotto una bandiera forte e capace di garantire un ombrello protettivo che ha addirittura retto all’onda d’urto cinese (per chi fosse interessato alla cosa si guardi la bilancia dei pagamenti dei paesi europei e tutto sarà evidente). Promossa!(focus export extra UE).

Malta è una piccola isola nel Mediterraneo ormai a pieno titolo in Europa, da poco ha anche fatto il passaggio all’Euro come valuta. Non lanciatevi ingannare dal tax rate, per i settori considerati strategici esiste una consolidata abitudine del governo locale di restituire buona parte delle imposte dovute sotto forma di rimborso. Se volete iniziare un’avventura nel settore finanziario potrebbe essere consigliata. Promossa! Ma ricordatevi, non è la nuova Cipro come alcuni consulenti furbetti la presentano, e i settori appetibili sono pochissimi.

Per quanto riguarda la Norvegia le considerazioni da farsi sono prevalentemente di natura macroeconomica e valutaria.

In Norvegia non hanno l’Euro ma la Corona norvegese, questa valuta risente moltissimo dell’andamento del prezzo del petrolio in quanto la Norvegia è paese produttore. Interessante è la decisione di investire il surplus economico derivante dal petrolio in un fondo sovrano che è ormai giunto ad essere tra i primi tre al mondo. Questo garantisce una formidabile riserva per impostare politiche di Welfare veramente attraenti ma comporta anche un “adagiarsi” sulle proprie posizioni da parte degli operatori economici che dovrebbero essere in libero mercato. Il risultato è una scarsa appetibilità per aspiranti imprenditori. Bocciata! (a meno che non vogliate andare a riposarvi cullati dallo stato sociale, ma l’accesso ai benefici pubblici non è più semplice come in precedenza).

Il Regno Unito si è impegnato in un percorso degno di rispetto: diventare il paese più attraente per il business in un arco quinquennale. Hanno già ridotto l’aliquota fiscale due volte nel triennio per le società ed è previsto venga ancora ridotta in futuro, fino al tasso sogno (per noi italiani) del 20% sul reddito.

Anche in questo caso è necessario ponderare bene i benefici e le strategie di espansione nei mercati esteri che si vogliano penetrare. L’Inghilterra come mercato in se non è particolarmente appetibile, è molto squilibrata la distribuzione della ricchezza tra diverse classi sociali, molto concentrata nella zona di Londra che prospera a svantaggio di intere altre zone della nazione che invece soffrono moltissimo, specialmente se di tradizione industriale (in particolare la zona centrale del Regno Unito ha percentuali elevatissime di intervento sociale ed è anche uno dei motivi per cui il Premier ha più volto proposto con il suo governo una riduzione nella facilità di accesso alle prestazioni del Welfare. Tranne la lingua e la leggerezza della burocrazia locale i vantaggi di “battere la bandiera inglese” qualora si navighi in direzione di mercati esteri, sono piuttosto ridotti eccetto per talune realtà tecnologiche che necessitino di rapporto stretto con gli USA, in tal caso potrebbe valerne la pena. Promossa! (focus finanza e tecnologia simbiotica con USA).   Ricordiamo ai nostri lettori che l’apertura della LTD (la nostra Srl) al costo di pochi euro è decisamente sconsigliata per gli italiani che abbiano intenzione di fare business con l’Italia. E’ molto conveniente ma paghereste il tutto, con gli interessi, in un momento successivo con accertamento della nostra Agenzia delle Entrate.

Della Slovenia non ritengo sia utile parlare, molti imprenditori Veneti che sono andati in tale nazione si sono poi pentiti. La Fiat ha dimostrato che se si hanno buoni progetti la Serbia offre maggiori incentivi e possibilità, ed inoltre rappresenta una piattaforma agevolata fiscalmente per l’appetibile mercato russo. In compenso vi sono tutti i problemi derivanti dalla mancanza di un mercato interno interessante combinato con la difficoltà fiscale di operare dall’estero in Italia, specialmente se cittadini italiani. Il gioco non vale la candela. Bocciata!

Siamo a questo punto giunti alla parte alta della classifica. Tutti i rimanenti paesi che si analizzeranno hanno imposizione fiscale “tax rate” inferiore al 33%. Meno della metà rispetto all’Italia. Sic!

Tralasciamo l’Islanda che necessita di meccanismi motivazionali e adattivi non trascurabili per chi desiderasse ivi stabilirsi   e giungiamo alla Svizzera.

Non nascondo al lettore che tale ultimo paese è per l’imprenditore italiano una vera fonte di attrazione. Il primo motivo non sono i servizi efficienti, la burocrazia amica, la tassazione ridotta (e ulteriormente diminuibile come per l’Austria, attraverso i contratti di insediamento), invero l’elemento principe della Svizzera è la facilità logistica rispetto all’Italia del nord e centro. Con 45 minuti di macchina da Milano si è a Lugano, si ordina al ristorante in italiano, si lavora nella stessa lingua. Considerando tutte le facilitazioni sopra accennate risulta un mix veramente appetibile, direi addirittura unico in Europa e spazio economico comune (la Svizzera non è UE ma ha un bilaterale simile per effetti allo spazio economico comune -SEE).

Purtroppo tale vicinanza ha spinto più di un consulente a suggerire la Svizzera come “destinazione amica” a prescindere da qualsiasi ragionamento relativo ai mercati di sbocco; l’epilogo è stato spesso gravoso per il tramite dell’Agenzia delle Entrate. E’ necessario sottolineare con forza che è decisamente sconsigliato iniziare un’attività in Svizzera se poi il mercato di riferimento rimane quello italiano mentre potrebbe essere la nostra soluzione preferita in caso se ne volesse fare una piattaforma per sbarcare nei paesi del far east, sempre piuttosto sensibili e incuriositi da questo piccolo stato incastonato nelle Alpi e che gode ancora del prestigio del proprio sistema finanziario (sebbene in discesa). Sottolineiamo anche che sono necessari almeno 184 giorni reali di permanenza nel territorio elvetico per averne i vantaggi fiscali (uno su tutti, spesso trascurato da chi guarda solo al tax rate delle aziende, la tassazione ai residenti sui dividendi è agevolata altrimenti per i non residenti o ci si trova in una struttura madre –figlia UE o sono salassi). Infine rileviamo che la Svizzera è fortemente attratta dagli imprenditori innovativi italiani a cui offre buone opportunità ma spesso non è stata in grado in passato di associare a questo desiderio una efficace integrazione nel contesto sociale dell’imprenditore che quindi viene a soffrire di un processo di estraniamento che ad esempio non è quasi mai presente in Germania. La soluzione è a 10 minuti di distanza, Como con stile di vita italiano, ma lo si potrà fare solo per un numero limitato di giorni. Per chi è attento al bilanciamento dei diversi aspetti della propria qualità di vita, imprenditoriale e non, potrebbe essere un elemento non trascurabile. Promossa! (focus mercati Far East, bio-tecnologie, farmaceutico e altri settori ad elevato valore aggiunto non labour intensive).

L’Irlanda è invece un paese usato spesso dalle aziende tecnologiche per minimizzare il tax rate delle proprie attività. Ha una legislazione molto lacunosa per quel che riguarda la fiscalità delle società non residenti nel paese ed essendo fatto noto, ne hanno approfittato moltissimi. A parere di chi scrive tale situazione dovrà essere riassorbita entro breve tempo per evitare squilibri impositivi ormai intollerabili in una UE così deficitaria e bisognosa di risorse pubbliche per permettere tale scorciatoia di risparmio fiscale. In ogni caso il paese è molto appetibile fiscalmente per taluni settori (il trading di merci e la proprietà intellettuale in concessione prima di tutto), tale favore è probabile che rimanga anche dopo la riforma fiscale auspicata.

Ultimo elemento che portiamo all’attenzione del lettore è che essendo la struttura fiscale irlandese “figlia” dell’intendimento della nazione verso la compressione di tassi di disoccupazione elevati che si registravano negli anni passati, forte è la correlazione tra incentivi fiscali e obblighi di assunzione personale locale, anche direttivo, per poter godere di tali vantaggi. Spesso tale richieste non sono neanche ufficiali ma non rispettarle porterebbe a conseguenze spiacevoli nella gestione pacifica della propria attività; la burocrazia in Irlanda nonostante sia un paese anglosassone e diversamente dal Regno Unito, può essere veramente insidiosa. Promossa! (focus concessione proprietà intellettuale e trading).

Cipro è una storia recente, letta da tutti sui giornali. Era diventata la base dei cittadini ex blocco sovietico per fare affari, spesso non particolarmente trasparenti. Situazione complicata dopo la riforma del sistema finanziario. Per i prossimi anni riterrei che non è destinazione praticabile eccetto per coloro che sono attivi nel gaming on line e scommesse, solo per cuori forti. Bocciata!

E the winner is……, come alla notte degli Oscar si crei suspense.

Lussemburgo. Per i cittadini italiani il tax rate locale è veramente da “attrazione fatale”, ma non è tutto oro quel che luccica. Vi sono infatti costi indiretti molto elevati che spesso non vengono considerati nella decisione di insidiarsi in tale paese. Il primo è la presenza di “mandarini”, potenti (e onnipresenti) professionisti locali che monopolizzano il mercato con servizi costosi e poco distintivi. In sostanza non serve a molto cambiare fornitore di taluni servizi necessari, la qualità sarà sempre similare e pure gli esorbitanti costi. Alcune istituzioni finanziarie hanno “preso di petto” la situazione paracadutando proprie truppe professionali sul territorio. Se siete all’interno di una grande organizzazione potrebbe essere conveniente, ma se invece siete una piccola impresa probabilmente questa situazione vi logorerà oltre il tollerabile. Non vi nascondo che il rigetto del sistema paese è eventualità non trascurabile ma vi è da dire che a poca distanza troverete paesi che godono di miglior attrattività e in tal caso i 184 giorni fiscali per il cittadino italiano sono più gestibili. Inoltre l’Agenzia delle Entrate ha posto in essere una decisa azione di contrasto per taluni comportamenti elusivi, suggeriti dai soliti consulenti “furbissimi”, di insediamento in Lussemburgo senza particolare motivazione economica sottostante. Ritengo tali interventi dell’Agenzia a proposito di esterovestizione dovuti e doverosi; anche come consulente in tale situazione ho suggerito la trattativa diretta con l’Agenzia, evitando inutili posizioni di contrasto dilatorie strumentali, che impediscono all’agenzia di raggiungere i propri obiettivi di (parziale) recupero e in compenso fanno lavorare ancora gli stessi consulenti che con il loro consiglio sbagliato hanno provocato il danno.

Quanto sopra non vale solo per il Lussemburgo ma per quasi tutte le destinazioni sopra trattate. Senza impostare una genuina strategia di espansione estera della propria impresa l’elusione è sempre dietro l’angolo e l’Agenzia delle Entrate è pronta a farvelo gentilmente notare, a caro prezzo.

Per cui prudenza, sempre!

 

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